soltanto un professore

Soltanto un professore, un professore con la chitarra

Si definisce ‘soltanto’ un professore. È un professore con la chitarra. Con una raccolta di spartiti nella borsa verde. Ha una gran bella voce. Conosce la storia.

soltanto un professore

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La insegna talvolta suonando le sue corde. Ha un particolare amore per la musica e per le canzoni. Gli piace il racconto. Lo affascinano le storie… E questa sera, al Festival delle Storie, canterà – usando P R O P R I O le sue parole – per Mogol. Gioachino Lanotte fa parte come te “dell’altra parte” del Festival delle Storie. Di chi si trova qui quasi per caso, di chi si trova immerso fino al collo in un evento di cultura solo perché invitato da un amico. In questo caso un amico giornalista che lo ha scoperto in un locale di Roma… e non lo poteva immaginare, un giorno, Gioachino di finire sul palco a cantare proprio per Mogol. Anzi, di più, non poteva immaginare di dover accompagnare nota per nota, parola per parola, un’intervista, un racconto, un incontro molto speciali, tratti dall’affascinante canovaccio di una rassegna di mezza estate.

Gioachino Lanotte il suo sogno lo vive così, un po’ come tutti, in una valle di storie, accanto al più grande autore della Canzone Italiana, il “nostro” Mogol: che appare e scompare nell’arco di poche ore come un gentile signore dai modi semplici e veri, moderato da Vittorio Macioce, direttore artistico del Festival della Val di Comino, nella suggestiva piazza San Rocco di Casalvieri. È la quinta giornata della rassegna culturale itinerante. Che mette insieme autori, giornalisti, artisti, uomini di cultura e gente di ogni genere. E unisce pietre e luoghi, gente ed emozioni. È la quinta volta che si spengono le luci al tramonto e la cultura ti protegge dal buio. In valle. È una nuova notte con la luna che cresce, con le storie che si amplificano, sotto il segno di un frutto via l’altro.

soltanto un professore - Mogol ©-L.-Swat

soltanto un professore – Mogol ©-L.-Swat

Le susine qui moltiplicano e nella luce generosa del Festival delle Storie la serata con Mogol diventa magica. Per Lanotte (nome azzeccatissimo come direbbe lo stesso Mogol) e per la gente. Che è tanta. Migliaia. In una piazza di parole da cantare accanto all’Osteria del tempo perduto (mai perso in realtà. Qui c’è tutto. Buon cibo, buon vino, buona compagnia. Ci sono sogni, fatti, persone, sentimenti. Di tutti. Tutti in piazza. Così Mogol si racconta e a dispetto di chi lo definisce timido, qualche volta rigido, è invece tenero e gentile. Per nulla avaro. Di racconti. Di parole. Le sue, le nostre parole. Ce ne sono così tante di canzoni e di cose da dire che qualche volta dal palco e dalla platea affollata di sedie (tutto gratis) ci si perde. E lui, Mogol, passeggiando in lungo e in largo sul palco, un po’ in piedi un po’ seduto, rilancia con la storia della canzone italiana, regalando parole che sono già canzoni. C’è troppo da dire e si perde il filo del discorso… Potrebbe riprendere semplicemente dicendo “dove eravamo rimasti?” e invece la sua vocina emette questa frase: “E adesso torniamo a quella cosa là che abbiamo lasciato come un elicottero sospeso…”. Come una canzone.

Mogol fra aforismi pensieri e parole a Casalvieri regala una lectio magistralis, che non è difficile, è fruibile, alla portata di tutti. Che insegna così: “Basta essere vicini alla verità per raccontare buone storie, che sono le storie della vita”. Dice il maestro: “Tutto parla di noi, così le parole e le canzoni sono di tutti, perché tutto ci appartiene, perché raccontano semplicemente cose che sono accadute a tutti”.  Il talento a cui allude Mogol è dunque nell’aria e lo prende al volo anche Gioachino Lanotte, a Casalvieri, quando accetta di strimpellare (non suonare, adesso, strimpella!) per Mogol che lo coinvolge per raccontare un aneddoto… Il maestro gli si avvicina piano e lo sprona ad essere complice del suo aneddoto, ad usare una sola mano sulle corde, come uno che non è capace… proprio come quando c’era da insegnare musica a Nicola Di Bari: “il primo cantante davvero moderno! Gliel’ho persino scritto in un testo che non sapeva suonare…”

C’è feeling. Il professore musicista non crede alle sue orecchie ma esegue ed è solo uno dei momenti più belli, veri, di una serata di mille talenti. “Non ci vuole coraggio – dice Mogol sul palco e giù dal palco – basta avere amore per quello che si fa per fare uscire il talento. E poi noi siamo dna e ambiente, noi diventiamo gli altri, i genitori, gli amici. Noi siamo quello che abbiamo visto, siamo tutto quello che vediamo, siamo tutto ciò che piano piano si cristallizza in noi. Più cultura hai, più diventi bravo”. E ancora: “Il Talento non è genio, non è magia. Potenzialmente lo abbiamo tutti. Il Talento viene alle persone che si dedicano con passione. Basta vivere la vita serenamente, con i valori giusti al momento giusto”. La lezione non finisce qui. E Gioachino adesso suona tranquillo, leggero: tutti cantano e pensano a cose personali, nessuno strimpella più. Si suona e si canta. La canzone del sole. Con lui, con Mogol, nella piazza. Escono e salgono al cielo storie di parole, di canzoni: “L’ho scritta pensando ad una bambina di 6 anni, io ne avevo 5 ed ero innamorato di lei”.

soltanto un professore  - Mogol  ©A.-Iaboni-A_5491-1

soltanto un professore – Mogol ©A.-Iaboni-A_5491-1

C’è una storia che finisce a pane e salame. Un’altra a paella. Ce n’è per tutti. Anche per te… è una versione toccante, quella di Mogol a Casalvieri, scelta dal maestro fra le preferite.  “Anche qui tutto si attiene alla realtà: una suora, una prostituta (e bisogna fare attenzione con i giudizi pesanti) e una ragazza madre… il primo amore deluso”. C’è la versione tradizionale interpretata da Gioachino Lanotte e quella moderna degli allievi prediletti i “NewEra”. Ci sono canzoni, parole e interpreti. E artisti, tutti disegnati da Mogol. Anche qui, uno su tutti: c’è Mango. Che la piazza ascolta commossa. “Mango, che artista! Credevo di aver scritto per lui solo 4 canzoni ma poi ho scoperto che erano 15… era un signore prima che un musicista e il fatto che sia morto chiedendo scusa al pubblico prima di fare l’accordo finale ti dice tutto…Quanto era bravo? Pochi come lui”. Dalle cartoline del Mediterraneo di Mango all’inevitabile discorso che cade su Battisti: “Aveva la capacità di capire qualunque tipo di congegno, lui era un verticale io un orizzontale. Aveva assimilato tutto ciò che serviva ad  musicista: un brano lo sviscerava dalla chitarra, al piano, alla batteria… Battisti era un po’ guascone ma era umile davvero. Più dei  complimenti voleva conoscere i difetti, per lavorarci subito e metterli a posto!”. Lanotte suona e ascolta. Come tutti. Nella piazza. Ma le parole non se ne vanno ancora. Dice Mogol: “La fantasia è un surrogato della vita ma la vita è più bella. Tutto quello che vi dico stasera è vero”. Vero come l’emozione di Gioacchino Lanotte, professore per caso musicista per passione che una sera in Valle ha cantato per Mogol.

Lo avvicini e gli fai i complimenti, mentre aspetta di chiudere la serata a cena con belle amiche un po’ distratte. Il brano rimasto nella chitarra? “Avrei voluto eseguire Emozioni. Con lui accanto. È il suo, il nostro capolavoro, anche se ce ne sono tante”. Ma non è andata così. E tu musicista professore attieniti alla realtà come vuole il Maestro. Che il talento è già venuto fuori. Sognare è lecito però. Soprattutto con questa musica.

soltanto un professore  lanotte

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